San Giuseppe Jato, confiscati beni per mezzo milione di euro al boss Salvatore Mulè

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Beni per mezzo milione di euro sono stati confiscati al 44enne Salvatore Mulè, ritenuto il reggente del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato.  Passano nelle mani dello stato una villa, auto, aziende, rapporti finanziari e un appezzamento di terreno a San Cipirello. Ad eseguire il decreto firmato dai giudici della prima sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo,   i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Monreale. Alla base del provvedimento   di confisca gli inquirenti hanno accertato una netta sproporzione tra il tenore di vita condotto da Salvatore Mulè ed i redditi  di provenienza lecita dichiarati. Salvatore Mulè, ufficialmente allevatore, finì in manette nell’aprile del 2013 nell’ambito dell’operazione Nuovo Mandamento. In qualità di reggente della locale famiglia mafiosa aveva partecipato al progetto di costituzione di un “super-mandamento” che avrebbe dovuto accorpare le cosche di Monreale, Altofonte, San Giuseppe Jato, Camporeale, Partinico, Borgetto, Montelepre e Giardinello. Nel maggio del 2018 è stato condannato in via definitiva a 17 anni di carcere per associazione mafiosa e reati inerenti il traffico di sostanze stupefacenti.  Una sentenza confermata dalla Cassazione che per quel procedimento giudiziario ha inflitto quasi due secoli e mezzo di carcere nei confronti di 27 imputati, bloccando cos’ sul nascere il piano di riorganizzazione delle famiglie di uno storico territorio mafioso. Gli imputati rispondevano a vario titolo di mafia, estorsione, detenzione di armi e di droga, furto di bestiame e dell’omicidio di Giuseppe Billitteri, eliminato col metodo della lupara bianca il 22 marzo del 2012. La Cassazione in quella sede ribadì il ruolo di vertice di Antonino Sciortino, boss di Camporeale che ambiva a guidare il Nuovo Mandamento;  assolto in primo grado e condannato  in appello a 18 anni anni di reclusione,  la pena gli venne rideterminata in Cassazione in «continuazione» di una precedente sentenza.  Dopo quell’operazione antimafia prese vita una faida fra due clan rivali: il primo guidato da Gregorio Agrigento  di San Cipirello, detto «Riolo», e l’altro capeggiato da Giovanni Di Lorenzo, detto «Giuvanni a morte», che in quella fase avrebbe preso in carico la gestione proprio degli interessi di Salvatore Mulè, finito in carcere mesi prima. I due schieramenti si scontrarono con svariate intimidazioni, molte delle quali messe a segno nei confronti di persone vicine a Mulè e a cui Di Lorenzo avrebbe risposto ad armi pari.

 

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