Alcamo, pena non congrua: no al patteggiamento di Vito Nicastri e figlio

Le accuse sono di “massima gravità” e la pena non è congrua: con una durissima motivazione il gup di Palermo Walter Turturici ha respinto la richiesta di patteggiamento a 2 anni e 9 mesi presentata dal “re dell’eolico” Vito Nicastri (nella foto), imprenditore vicino al boss latitante Matteo Messina Denaro, accusato di corruzione e intestazione fittizia di beni. La Procura di Palermo aveva dato parere favorevole al patteggiamento, anche alla luce della collaborazione di Nicastri nell’ambito dell’inchiesta su tangenti alla Regione siciliana per autorizzazione relative a impianti per le energie alternative. Rigettata anche la richiesta di patteggiamento a un anno e 10 mesi fatta dal figlio di Nicastri, Manlio, come il padre accusato di intestazione fittizia e corruzione. Entrambe potranno reiterare l’istanza davanti al tribunale, il 18 dicembre, alla prima udienza del processo che prosegue col rito ordinario. Per Vito Nicastri, recentemente finito agli arresti per aver corrotto funzionari regionali, il suo rapporto con la burocrazia della Regione era di semplice collaborazione. Lui non vuol sentire parlare di mazzette o di cose simili: “Chiamatele come volete – ha detto durante l’incidente probatorio al quale è sottoposto per questo’ultima indagine sull’affaire dell’eolico -, per me è una collaborazione”. Vito e Manlio Nicastri, padre e figlio, sono accusati di essere stati i fautori del “sistema malato” fatto di mazzette con commistione della politica di alto rango all’indirizzo degli uffici regionali per sveltire le pratiche sul redditizio investimento negli affari dell’eolico. Vito Nicastri, 62 anni, è ritenuto la mente di questo business illecito. Difeso dagli avvocati Sebastiano Dara e Mary Mollica, il “re dell’eolico” ha confermato in toto quanto aveva già detto nei tre interrogatori di garanzia subito dopo l’operazione della Dia di Trapani che ha coinvolto anche Paolo Arata, ex deputato di Forza Italia responsabile del programma della Lega sull’Ambiente, ed il figlio Francesco, oltre che Alberto Tinnirello, dirigente dell’assessorato regionale all’Energia, e Giacomo Causarano, funzionario dell’assessorato regionale al Territorio. Arata-Nicastri era diventato oramai un connubio potentissimo tanto da penetrare come lama rovente nel burro nel cuore della burocrazia regionale, ammorbidita da laute mazzette sempre secondo la tesi ricostruita dagli inquirenti e confermata da Nicastri. Tanto che il figlio di Arata si era appositamente trasferito in Sicilia per avere rapporti più vicini con lo stesso Nicastri ed in particolare con il figlio Manlio, quest’ultimo accusato di intestazione fittizia. Lo spregiudicato “re dell’eolico” avrebbe in particolare versato tangenti per velocizzare le autorizzazioni che portassero alla realizzazione degli impianti di biometano di Calatafimi, nel trapanese, e di Francofonte, nel siracusano. Vito e Manlio Nicastri stanno collaborando con i magistrati in questa inchiesta dell’eolico.

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