Borgetto. Sequestro Licari, i dubbi sulla colpevolezza di Vincenzo Bommarito

“In carcere c’è un innocente e il colpevole potrebbe invece essere fuori”. Ne è convinta Cinzia Pecoraro, legale di Vincenzo Bommarito, 29 anni di Borgetto, condannato all’ergastolo per il sequestro e la conseguente morte di Pietro Michele Licari. Da quando ne ha assunto la difesa, praticamente a processo concluso, l’avvocato Pecoraro ha cercato e trovato una serie di elementi che proverebbero la non colpevolezza di Bommarito, accusato di aver preso parte al rapimento del possidente partinicese, da Giuseppe Lo Biondo 25 anni di San Cipirello, reo confesso, che è riuscito a cavarsela con una condanna a 13 anni e 4 mesi. Prove ritenute sufficienti per chiedere la revisione del processo dal Procuratore Generale della Corte di Cassazione di Roma che nella risposta alla richiesta osserva: “il ricorso appare fondato […]. Alcune presunte nuove prove […] appaiono, almeno in astratto, atte ad integrare elementi da valutare nel contraddittorio delle parti”. Se accolta, sarà poi la Corte d’appello di Catania, a giudicare l’istanza di revisione, già ritenuta inammissibile da quella di Caltanissetta. Comunque il documento arrivato da Roma apre almeno uno spiraglio di speranza. Una speranza avvalorata però da prove che sembrerebbero concrete: alcune lettere scritte da Lo Biondo a Bommarito nelle quali chiede perdono per averlo “tirato in ballo”, le dichiarazioni di un supertestimone non ascoltato né durante le indagini, né durante il dibattimento, le intercettazioni ambientali in carcere, la perizia sulle celle telefoniche affidata al professore Roberto Cusani, docente universitario di Ingegneria delle Telecomunicazioni dell’Università della Sapienza di Roma. E poi ci sono tanti dubbi, che non faranno una prova, ma di sicuro fanno riflettere. A cominciare dal fatto che tra le stanze del Tribunale di Palermo non si trovano più i faldoni dei PM sul caso; che ad eccezione di una delle sorelle, nessun familiare di Bommarito è stato sentito; che nessuno ha dato peso al fatto che Giuseppe Lo Biondo fosse in possesso di diverse sim telefoniche e che lo stesso fosse in contatto con una persona che lavorerebbe al Ministero della Difesa. Chi è? Perchè non è stato cercato? Come mai un ragazzo come Lo Biondo conosceva un soggetto che ricopre tale posizione? Ed ancora, perchè Lo Biondo avrebbe raccolto delle cicche di sigarette dal terreno di Bommarito -per il quale lavorava- e se le sarebbe messe in tasca? C’era forse un piano premeditato per incastrare Vincenzo Bommarito? Perchè non sono stati acquisiti i tabulati telefonici del ventinovenne? Oggi non esistono più. Ed ovviamente a sentenza emessa, sono stati distrutti tutti i reperti, tra i quali le impronte digitali e le tracce di sangue isolate dai Ris nell’autovettura di Licari, una Gip, che non appartenevano né alla vittima, né a Lo Biondo, né a Bommarito. Per l’avvocato Pecoraro, il suo assistito è stato condannato sulla base di gravi indizi trasformati in prova e senza un movente. Infatti per l’accusa e poi per la Corte d’assise di Palermo che ha emesso la sentenza, Vincenzo Bommarito ha partecipato al sequestro di Licari spinto dalla “grave situazione economica e debitoria in cui versava” e dunque per soldi. Intercettato, il giovane borgettano aveva avuto una conversazione con un’impiegata della banca che lo sollecitava a saldare una rata di 2.250 euro. Bommarito aveva acquistato un trattore chiedendo un prestito di 45.000 euro che pagava con rate semestrali, comunque sempre onorate, come verificato dall’avvocato Pecoraro che ha chiesto proprio alla banca l’estratto conto del suo assistito, dal quale tra l’altro non è emersa la “grave situazione economica e debitoria”, che per i giudici invece ha rappresentato il movente. Ma durante le indagini, gli inquirenti non avrebbero controllato la posizione economica del giovane. A confutare un’altra “prova regina” del processo, c’è la superperizia sulle celle telefoniche del professore Cusani, che ha dimostrato che Vincenzo Bommarito, alle ore 20:06 del 13 febbraio del 2007, giorno del rapimento di Licari, non solo non si trovava con Giuseppe Lo Biondo -che avrebbe cercato di mettersi in contatto con lui attraverso il cellulare- ma non si trovava né a Partinico, né nelle campagne di San Cipirello (dove Licari è stato tenuto rinchiuso in un pozzo), né nella sua abitazione di Borgetto, bensì nella zona di Alcamo, tanto che il suo telefono che ha agganciato la cella di Castellammare del Golfo. La Procura non ha valutato questa come una prova a discolpa, ed ha stabilito che quella sera ci furono problemi di congestione e perciò il cellulare di Bommarito risultava essere in provincia di Trapani, quando invece l’imputato -sempre secondo l’accusa- si trovava a Borgetto ed aveva partecipato al sequestro di Licari. Tutto falso per il consulente di parte, che nella sua relazione ha dimostrato l’impossibilità della congestione tra le celle telefoniche in oggetto. Ad insinuare il sospetto sulla presunta innocenza di Vincenzo Bommarito, ci pensano poi le lettere inviate da Giuseppe Lo Biondo. La prima l’ha scritta durante il processo ed è stata messa agli atti. Le altre, sicuramente più significative, sono state allegate all’istanza di revisione. Nelle missive Lo Biondo chiede perdono a Bommarito per averlo “tirato in ballo” e per quello che gli ha fatto, dice di essere stato costretto a fare il suo nome, testualmente scrive: “quando sono arrivato in questura con tutti quei carabinieri che picchiavano a destra e a sinistra ripetendomi che tu eri il mio complice e che se collaboravo prendevo molti anni meno e così basta che mi lasciavano gli ho detto che era così. Poi dopo qualche mese gli ho detto all’avvocato che tu non c’entravi niente e che volevo dirlo ma lui mi ha detto che era inutile perché valeva quello che ho detto prima e se lo dicevo mi avrebbero dato falsa testimonianza”. In un’ altra confessa di avere paura per quando uscirà dal carcere. Un’ultima lettera è stata strappata dal ventinovenne in un momento di rabbia. Il giovane condannato all’ergastolo, si è sempre dichiarato innocente e in quell’occasione non avrebbe sopportato di continuare a leggere le richieste di perdono di chi l’ha privato della libertà, mandandolo al carcere a vita. La famiglia di Vincenzo Bommarito, attraverso l’avvocato Pecoraro, lancia un appello “chi sa parli –dicono- anche in forma anonima, con noi, con i carabinieri, con i giornalisti, certi che qualcuno abbia pututo vedere o sentire qualcosa”
INTERVISTA NEL TG…

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