MAFIA. DICIASSETTE ANNI FA IL RAPIMENTO DEL PICCOLO GIUSEPPE DI MATTEO

Diciassette anni fa, il 23 novembre 1993, un vertice mafioso composto da Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, decise di fermare un uomo che stava minando il potere di Cosa Nostra con le sue dichiarazioni allo Stato, ma non colpì “l’infame”, se la prese con un bambino. Quel bambino era Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino, che fu il primo a rivelare i retroscena della strage di Capaci, della quale ne fu anche esecutore. Oggi cade l’anniversario del giorno del rapimento del piccolo Di Matteo. Un pomeriggio di diciassette anni fa, in un maneggio di Villabate, Giuseppe amava i cavalli, si presentarono travestiti da poliziotti della DIA, gli uomini del famigerato gruppo di fuoco di Brancaccio, guidati da Gaspare Spatuzza e del quale faceva parte anche il killer di padre Pino Puglisi, Salvatore Grigoli. A Giuseppe, allora dodicenne, dissero “Vieni, ti portiamo da tuo padre”. “Me patri, sangu mio!”, disse il piccolo, sparendo per sempre. Più di due anni durò la sua prigionia in mano agli uomini del disonore. Una storia angosciante ribattuta oggi in un libro “Il bambino che sognava i cavalli – 779 giorni ostaggio dei corleonesi” che racconta -per la prima volta- questa drammatica vicenda dalla parte delle vittime. Il libro del sociologo e giornalista Pino Nazio, è nato da un incontro con Santino Di Matteo, che tra le pagine ripercorre quell’interminabile periodo. Il libro documenta l’intervento di Benedetto Spera e quello più debole di Bernardo Provenzano, con un pizzino tratto dalla Bibbia fatto arrivare a Bagarella, in favore del rilascio. Ma l’ala dura dei Corleonesi non accennò nemmeno al cedimento, per Brusca il bambino doveva morire.
Santino Di Matteo, allora per qualche settimana non collaborò più con la giustizia, riprese quando la famiglia denunciò il rapimento, ma sapeva che niente poteva ormai salvare il figlio. Ma si organizzò, ugualmente, con Balduccio Di Maggio e Gioacchino La Barbera, compagni d’armi, passati sotto protezione, per arrivare da solo alla prigione del piccolo. Giunse fino in contrada Giambascio, a San Giuseppe Jato, ma quel casolare nascondeva una cella sotterranea scoperta molti anni dopo grazie alla collaborazione di Vincenzo Chiodo, però le sue dichiarazioni arrivarono troppo tardi, quando Giuseppe Di Matteo non c’era più, anzi di lui non c’era più nessuna traccia. Il piccolo dopo 779 giorni di prigionia, nei quali venne picchiato e torturato, fu strangolato e sciolto nell’acido, era l’11 gennaio 1996, Giuseppe era stato rapito il 23 novembre 1993.

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