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MAFIA. SEQUESTRATI BENI A CASSIERE DEL BOSS MATTEO MESSINA DENARO

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Tra i beni sequestrati dalla Dia e dalla Guardia di finanza all’imprenditore di Santa Margherita Belice, Rosario Cascio, ritenuto uno dei cassieri del superlatitante Matteo Messina Denaro, ci sono 15 tra ditte individuali e società di capitali che operano nel settore edilizio e intestatari di 200 appezzamenti di terreno, che si trovano nelle province di Agrigento e Trapani, 90 fabbricati, 9 stabilimenti industriali tra cui diversi silos e 120 automezzi. Sotto sequestro sono finiti anche i seguenti beni intestati a Rosario Cascio e alla moglie, anche attraverso prestanomi: 60 appezzamenti di terreno, 80 tra ville, appartamenti, palazzine e magazzini, 50 veicoli e un’imbarcazione da diporto. Complessivamente il patrimonio sequestrato ammonta a 550 milioni di euro. Cascio, 75 anni, residente a Partanna in provincia di Trapani, era a capo di una vera e propria holding mafiosa. Arrestato un anno e mezzo fa, è stato condannato, in via definitiva, per associazione mafiosa in seguito al processo scaturito dalle accuse del pentito Angelo Siino. Il provvedimento è stato adottato dal Tribunale -Sezione misure di prevenzione di Agrigento, su proposta del direttore della Dia e della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Parte dell’ingente patrimonio sequestrato dalla Dia e dalla Guardia di Finanza, era già stato oggetto di un provvedimento di sequestro penale nel 2008, quando Cascio venne arrestato. La misura fu però parzialmente annullata dal tribunale del riesame, la cui decisione, però, è stata “bocciata” dalla Cassazione su ricorso della procura di Palermo. La circostanza è stata resa nota dal pubblico ministero Roberto Scarpinato che ha coordinato l’indagine patrimoniale. Lo stesso ha affermato che il tribunale del riesame aveva motivato il dissequestro sostenendo che parte dei beni non erano serviti alla consumazione del reato confermando la misura solo in relazione alle imprese di Calcestruzzi attraverso le quali, Cascio, grazie al metodo mafioso esercitava il monopolio nel settore”. “Contro questa decisione – ha aggiunto Scarpinato – abbiamo fatto ricorso, ma, nel frattempo, abbiamo bloccato il patrimonio col sequestro di prevenzione proposto dalla Dia”. L’imprenditore Rosario Cascio è considerato l’interfaccia economico del boss trapanese Matteo Messina Denaro, inoltre è stato accertato che col capomafia latitante aveva rapporti attraverso il mafioso Filippo Guttadauro. L’imponente sequestro del suo patrimonio, pertanto, é certamente un colpo formidabile all’economia di Cosa nostra”.  Scarpinato, che ha definito l’impero imprenditoriale finito sotto sequestro una “straordinaria macchina attraverso la quale la mafia acquisiva consenso”, ha ricordato il ruolo svolto, alla fine degli anni ‘80 da Cascio nel sistema della spartizione degli appalti. L’imprenditore, infatti, fu condannato in via definitiva nel cosiddetto processo del tavolino che mise in luce il sistema dell’illecita aggiudicazione dei lavori ideato da Cosa nostra. Cascio, a fine del 2008, venne riarrestato, dopo avere finito di scontare la prima pena, “perché – ha spiegato Scarpinato – aveva riprodotto in scala lo stesso sistema del tavolino nelle province di Agrigento e Trapani”. I PARTICOLARI NEL TG

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