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PAPELLO. RIINA TRADITO DA PROVENZANO

Dopo aver rice­vuto il papello con le richieste dettate da Totò Riina per far ces­sare l’offensiva stragista, Vito Ciancimino incontrò l’altro Padri­no corleonese: Bernardo Proven­zano. Sono alcune delle novità emerse dal puzzle che la Procura di Palermo sta tentando di ricostruire dopo l’interrogatorio di Massimo Ciancimino sentito ieri a Palermo, davanti ai pm del capoluogo siciliano e di Caltanissetta, sul ‘Papello’. Iniziato, intorno alle 11.40, si e’ concluso alle 15.40. Ciancimino jr doveva portare l’originale del papello , per con­sentire quegli accertamenti che non si possono fare sulla fotoco­pia recapitata via fax la settima­na scorsa, ma ha di nuovo rinvia­to. Bernardo Provenzano avebbe incalzato Vito Ciancimino ad andare avanti, per poi cercare di convincere il pazzo. Il pazzo era Totò Riina, ma secon­do il suo compaesano bisognava ugualmente coltivare il contatto con le istituzioni. Per questo Ciancimino continuò a incontra­re i carabinieri, consapevole che dall’altra parte, come interlocuto­re, non c’era solo il «dittatore» di Cosa nostra, ma anche Provenza­no. Il quale avrebbe preso in ma­no le redini della «trattativa» do­po l’arresto di Riina; forse provo­cato da lui stesso, come sostiene il pentito Nino Giuffrè. In questa ricostruzione che sta prendendo forma nelle stanze della Procura di Palermo dove viene condotta l’inchiesta sui rap­porti tra Stato e mafia nell’estate del ’92 e subito dopo, c’è però un problema che gli stessi magistra­ti sono consapevoli di dover ri­solvere quanto prima: l’attendibi­lità di Massimo Ciancimino, il fi­glio dell’ex sindaco che da circa un anno sta raccontando i retro­scena di quella stagione. Tra cui, da ultimo, la storia di Provenza­no d’accordo con suo padre sulla «pazzia» di Riina e sui colloqui coi carabinieri. Intanto, sui sospetti di Massimo Ciancimino, che ha lamentato la presenza di due persone armate nelle vicinanze della sua casa bolognese che, interpellate dai poliziotti che lo proteggono, hanno mostrato i distintivi di carabinieri sostenendo di essere in servizio al raggruppamento operazioni speciali di cui facevano parte Mario Mori e Giuseppe De Donno, gli ormai ex ufficiali dell’Arma che lo stesso Ciancimino jr tira in bal­lo per la presunta trattativa avvia­ta tramite suo padre. Il comando provinciale dei carabinieri di Bo­logna ha però precisato che gli uomini controllati non sono del Ros, e si trovavano in quella zo­na per attività di polizia giudizia­ria che nulla hanno a che fare col figlio dell’ex sindaco mafioso. Le testimonianze del giovane Ciancimino — che su altri aspet­ti, secondo gli inquirenti, sono state riscontrate — divergono da quelle rese in passato da Mori e De Donno. In particolare su un dettaglio decisivo: la «trattati­va » sarebbe iniziata dopo la strage di Capaci (23 maggio ’92) ma pri­ma di quella di via D’Amelio (19 lu­glio). L’allora co­lonnello Mori, in­vece, afferma di essere andato la prima volta da Vito Ciancimino in agosto. È una discordanza mol­to rilevante perché può ripercuo­tersi sul movente dell’eliminazio­ne di Paolo Borsellino, alla quale se ne aggiungono altre. Mori e De Donno, ad esempio, hanno sempre negato di aver mai visto il papello o di averne conosciuto il contenuto. E continuano a so­stenere che per loro l’ex sindaco era soltanto un confidente dal quale cercavano di avere notizie per la ricerca dei latitanti; per questo non avevano avverti­to nessuno dei loro collo­qui, nemmeno Borsellino col quale s’erano incon­trati per avviare una nuova indagine, ma su questo sono arrivate le smentite dell’ex mini­stro della Giustizia Mar­telli e della sua collabo­ratrice di allora, Liliana Ferraro. Recentemente Agnese Borsellino, vedova del magi­strato assassinato, ha riferito ai magistrati di Caltanissetta che suo marito — pochi giorni prima di morire — le confidò di avere dei dubbi sul generale Antonio Subranni, all’epoca comandante del Ros. Ieri il generale ha detto che gli «riesce difficile credere» che la signora Agnese abbia det­to qualcosa di simile. E ricorda di aver avuto molti e cordiali incon­tri col giudice, fino all’ultimo av­venuto il 10 o 11 luglio ’92, una cena, e poi, l’indomani, un viag­gio in elicottero da Roma a Saler­no. Intanto, il prefetto Mario Mori, ex comandante del Ros dei carabinieri, che ha reso dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale di Palermo nel processo in cui e’ imputato di favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra, assieme al colonnello Mauro Obinu, per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995, sostiene che non ci fu nessuna trattativa tra la mafia e lo Stato. “Una trattativa, per sua natura, deve essere riservata, presuppone il rispetto del segreto. Io parlai dei miei incontri con Ciancimino prima con Violante, allora presidente dell’Antimafia, poi con Caselli, che si era appena insediato al vertice della Procura di Palermo”. Mori ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee dopo la deposizione, al dibattimento, dell’ex presidente dell’Antimafia Luciano Violante che ha ricostruito i suoi incontri con l’ufficiale dell’Arma. L’ex politico ha riferito che in quelle occasioni Mori gli fece presente l’intenzione dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino di essere ricevuto a palazzo San Macuto. “La ricostruzione di Violante – ha detto Mori – è per me di grande importanza perchè prova, pur avendo molte lacune, che il mio comportamento fu trasparente”. L’ex comandante del Ros, poi, oltre a ricordare tutti gli incontri con Violante che ebbero a oggetto Ciancimino, ha ricostruito puntualmente il contesto investigativo e storico precedente alle stragi: dall’omicidio Lima, all’inchiesta del Ros su mafia-appalti, mai – a dire del prefetto – sostenuta dalla procura di Palermo, ai rapporti intrattenuti con Falcone e Borsellino che, invece, erano convinti dell’importanza dell’indagine dei carabinieri sugli intrecci mafia, politica e imprenditoria”.

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