FAIDA PARTINICO-BORGETTO. LE MICROSPIE RIVELANO RETROSCENA

Rose rosse sulle tombe, profanazioni di bare, codici e nomi di estorsori e vittime emergono dalle intercettazioni dell’Operazione Carthago. Le microspie rivelano scenari agghiaccianti sulla cosca mafiosa di Partinico e Borgetto. E’ il 31 ottobre 2007, e sulla tomba di Mario Rappa, assassinato due anni prima e considerato un pezzo grosso della cosca di Borgetto, viene lasciata da una donna una rosa rossa. E’ un segnale, “lasciala lì –fu ordinato alla donna- è per mio compare Mario. Questa è la prima rosa che gli arriva, poi gli arriverà l’altra …” ad essere intercettato telefonicamente è Andrea D’Arrigo, considerato un anziano uomo d’onore. L’altra rosa arrivò a distanza di meno di 12 ore, quella stessa sera, un commando di sicari crivellò all’interno della sua officina il gommista Antonino Giambrone, il capo della cosca avversa a Rappa e quindi allo schieramento capeggiato da nicolò Salto e Mimmo Raccuglia. I carabinieri che avevano ascoltato la telefonata –riportata nell’ordine di custodia del gip Piergiorgio Morosini, chiesto dai pm Francesco del Bene, Anna Maria Picozzi e Roberta Buzzolani- si recarono al cimitero e sulla tomba di Mario Rappa c’era davvero una rosa rossa. Il gruppo di fuoco che uccise il meccanico capo-clan è ancora senza volto. Gli investigatori hanno trovato però diversi indizi che riguardano armi, auto, pedinamenti della vittima. Fanno i nomi di Gaspare Bacarella, Salvatore La Puma i “killer dei cani” e di Giuseppe D’Amico e Pietro Brugnano. Nessuno di loro è comunque accusato di omicidio, ma secondo gli inquirenti hanno avuto un ruolo nel delitto Giambrone. Bacarella è considerato l’armiere del gruppo, colui che conservava almeno una pistola e un fucile Winchester. La Puma invece avrebbe custodito una pistola 7.65. D’Amico e Brugnano avrebbero partecipato invece alla fase preparatoria rubando le auto per il commando dei sicari. Questo scenario emerge dalle intercettazionI del 2006, l’anno in cui Giambrone per Cosa Nostra doveva morire, tanto ché un chiaro messaggio presagiva il suo assassinio. La tomba del padre Vito, freddato nel novembre del 1998, in via Crocifisso a Borgetto, fu dissepolta nella notte fra il 3 e il 4 agosto del 2006. Un macabro gesto per convincere il gommista a farsi da parte. Della profanazione ne parlano in una macchina imbottita di microspie Salvatore La Puma e Gaspare Bacarella. La Puma esclama: “I morti da sottoterra escono pure! A vito u stagna lese lo hanno tirato fuori! U nisceru e l’hanno buttato fuori” e rivela: “…vedi che è segnale tinto per lui… E quello sfasò da là”. Bacarella risponde: “…ci deve essere pure quello per mandante…vuol dire che Shaverio sfasau. Con u picciriddu ci hai parlato?” Il nome Shaverio, nasconde l’identità del superbosso latitante Mimmo Raccuglia; mentre u picciriddu è Santo Musso.

“E tante altre rose arriveranno…” diceva D’arrigo nell’intercettazione telefonica di quella mattina di fine ottobre 2007. Ed arrivarono, questa volta a Partinico nel febbraio dell’anno dopo quando davanti alla Chiesa di Santa Caterina due killer freddarono i fratelli Giuseppe e Giampaolo Riina. Questa l’ipotesi degli investigatori. Ed anche sui possibili mandanti del duplice omicidio ci sono intercettazioni preziose. Le microspie hanno captato il colloquio in carcere del 13 febbraio 2008 tra Giuseppe Giambrone e il figlio Antonino (cugino dell’omonimo gommista). Parlano dell’agguato, avvenuto appena 24 ore prima, e forniscono una personale interpretazione, sanno chi c’è di mezzo. I due indicano il responsabile: è gabbietta, ovvero Nicolò Salto. Scarcerato l’anno prima, a Borgetto ha preso le redini di u’longo, personaggio non ancora identificato scrivono gli inquirenti. I fratelli Riina, imprenditori edili erano considerati molto vicini a Maurizio Lo Iacono (assassinato nell’ottobre 2005) ed al gruppo di Nania e Giambrone. Soci di fatto del gommista che oltre alla sua officina gestiva anche una ditta edile, erano considerati determinanti e rampanti. Le nuove leve, su cui i carabinieri avevano già stilato un rapporto investigativo chiamato non a caso “The New Generation”.

Le intercettazioni dei carabinieri inserite nella maxi-operazione del gip Piergiorgio Morosini, rivelano poi i retroscena delle estorsioni. Il pizzo veniva chiesto da tutti, vittime o presunti carnefici, tutti andavano a batter cassa. Ne parlano gli arrestati e ognuno fa riferimento a quelle altrui. Ad esempio Antonino Salto -secondogenito del boss di Borgetto, trovato in possesso qualche mese fa dai carabinieri con 70 mila euro e di una lista in cui erano elencate sette case-famiglie di Borgetto con l’indicazione dei responsabili delle medesime strutture- nel colloquio in carcere del 29 luglio 2006 con il padre Nicolò, fa un elenco delle ditte taglieggiate da Antonino Giambrone, riferendo che il gommista che intanto aveva intrapreso un’intensa attività estorsiva sul territorio, generava confusione e intimidiva. “Danni…chi fa danni qua, danni là…l’opera c’è! Escavatori, pale, ruspe” –afferma il giovane Salto. Le vittime delle estorsioni di Giambrone, Salto dice di conoscerle benissimo, si tratta dei suoi datori di lavori –scrivono i magistrati- Antonino e Roberto Prainito, responsabili della ditta Nuova Edil Stradale. Ma anche i Salto estorcevano denaro. Da un’intercettazione ambientale – scrivono ancora i magistrati- si evince che Nicolò Salto, scarcerato nel 2007, parlando con Andrea D’Arrigo afferma che si stava adoperando per sollecitare la riscossione di una somma di denaro dall’imprenditore Billeci.

Non parlano solo di omicidi ed estorsioni i magistrati ma anche di udienze in trasferta che diventavano occasione per summit improvvisati. I dialoghi tra i boss avvenivano soprattutto a Milano, “lì è più facile” si apprende ancora dalle intercettazioni. Infatti il boss Ciccio Rappa e Salvatore Corrao si ritrovarono nella stessa cella, episodio che lo stesso Corrao riferì a colloquio al nipote Santo Musso, mandando i saluti di “baffiteddu”(Ciccio Rappa) a Shaverio, ovvero Mimmo Raccuglia.

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